Può forse sembrare una pazzia azzardare l’acquisto di titoli non quotati nei normali mercati regolamentati: le azioni di aziende come Twitter, Second Life o Facebook, infatti, non possono essere acquistate o scambiate, a meno che l’operazione non venga effettuata dagli stessi fondatori o da un capitalista di ventura che abbia intenzione di rischiare un investimento di questo tipo. In effetti, si tratta, come detto, di titoli inaccessibili perché non presenti in alcun exchange internazionale e non quotati in Borsa. Da qualche tempo però è possibile riuscire ad aggirare questi ostacoli, anche se non sono operazioni per tutte le tasche: siti web come SecondMarket, Xchange e SharesPost sono infatti specializzati nella commercializzazione dei titoli di aziende che, appunto, non sono quotate o che sono anche gestite da private equity. L’unico svantaggio, non indifferente, è che il tutto è riservato solamente agli investitori più facoltosi. L’esempio più interessante è rappresentato senza dubbio da SharesPost, la quale è riuscita a vendere ben 25.000 dollari di azioni della società Tesla Motor; SecondMarket ha invece raggiunto un volume di transazioni pari a 150.000 dollari.
Ma per accedere a un’asta di questo tipo è necessario avere un reddito annuo che sia superiore ai 200.000 dollari, oppure un conto in banca addirittura milionario, soprattutto per quel che riguarda i fondi di investimento. Questa nuova tendenza finanziaria non piace a tutti: sono in molti a leggere tra le righe un possibile incentivo alle spinte speculative, in quanto si andrebbe a valorizzare in maniera fittizia titoli non valutati. Eppure, l’intento iniziale di questi siti web era diverso, visto che si sono subito proposti come un valido sostegno alle private equity per la ricerca di nuovi investitori. Ora, invece, si tratta essenzialmente di uno strumento finanziario in mano alle aziende che vogliono raccogliere capitali, evitando l’intermediazione delle banche. Secondo alcuni istituti di ricerca statunitensi, tra l’altro, le offerte di pubblico acquisto starebbero per diventare sempre più rare, a causa di numerosi fattori economici, ma anche per motivi legati alla burocrazia.
Un dato su tutti è la conferma di quanto detto: le regole stabilite dalla Sec (Securities and Exchange Commission), per intenderci la Consob statunitense, hanno fatto aumentare il periodo necessario per portare un’azienda dal periodo della sua fondazione fino all’offerta pubblica (si è passati da una media di 4,5 anni a una di 9,6). C’è comunque da dire che un’iniziativa simile esiste già da tempo nella Borsa di Londra, anche se in questo caso essa è aperta solo agli operatori di mercato; come invece abbiamo visto, negli Stati Uniti vi è una possibilità di accesso al pubblico, anche se solo quello più facoltoso. L’intento delle start up e delle private equity è soprattutto quello di accumulare il maggior numero di capitali senza indebitarsi ulteriormente e senza essere troppo legati alle regole dei broker.


[...] approfondire consulta articolo originale: Titoli di aziende non quotate? Il web consente ai più ricchi di acquistarli Author: admin 07 13th, 2009 in news No Comments [...]