E’ stato con un moto di sorpresa (se non di sconforto) che molti hanno appreso la notizia, divulgata qualche settimana fa, che Bob Dylan avrebbe pubblicato un album di Natale. Album di Natale inteso come: collezione di brani appartenenti alla tradizione di Natale (e non quindi, magari sperava qualcuno, inediti legati dal tema del Natale…). La sorpresa e lo sconcerto sono in fondo ben motivati. Soprattutto dato che parliamo di Dylan.
Ma l’uomo di Duluth è abituato a stupire il pubblico (ed i suoi fan più devoti) con pubblicazioni e “svolte” controverse. La più nota di tutte: la svolta cristiana che diede vita ad un trittico di album (a cavallo tra anni ’70 e ’80) che sgomentarono per i testi via via più densi di retorica cristiana, oltre che per una musica che si stava facendo sempre meno ispirata. E, per quelli che avevano nel cuore e nella mente un Bob Dylan icona della controcultura, di certo non era sfuggito il suo assenso all’utilizzo per spot pubblicitari di molte sue canzoni-simbolo di quel periodo…
Per tutti questi motivi, insomma, “Christmas In The Heart” (nei negozi dal 13 Ottobre) è sì un colpo (auto)assestato all’immagine di Dylan come “voce di una generazione” (quella dei grandi ideali progressisti), ma in fondo quest’album, per quanto se ne possa parlare male, è un divertissement con poche pretese: quindici brani suonati senza alcuna volontà dissacratoria (anzi: abbastanza fedelmente), incisi per una buona causa (gli incassi saranno interamente devoluti in beneficenza), o forse incisi soltanto con l’idea in testa che “sarebbe bello incidere un album di canzoni di Natale”. Lui, che ha cantato di piogge atomiche, ora, con la voce rotta e roca per l’età, che intona: “Appendi le calze e dì le preghiere/perché Babbo Natale sta arrivando in città!”


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