Non c’è proprio pace per l’Honduras: la situazione politica dello Stato centro-americano continua ad essere delicata, costellata com’è dalla ‘guerra’ che coinvolge i due Presidenti, vale a dire il deposto Manuel Zelaya e l’autore del golpe, Roberto Micheletti. Il rischio di una guerra civile rimane molto alto, anche perché sono state finora troppe le voci di un possibile accordo tra le parti, ma alla resa dei conti nulla si è poi mosso. Chi teme uno scenario ancora più delicato è il presidente statunitense Barack Obama, il quale confidava molto sulla missione diplomatica del numero due del Dipartimento di Stato, Craig Kelly: per il momento, anche questa visita non ha sortito nessun effetto, anzi lo stesso Zelaya ha ribadito alla controparte americana che l’abbozzo di intesa siglato lo scorso 30 ottobre è ormai fallita.
Come appare chiaro a molti analisti e osservatori politici, l’intento del fronte golpista è quello di arrivare alle elezioni politiche che si terranno il 29 novembre senza cedere in alcun modo il potere a Zelaya; si tratta di una sorta di temporeggiamento e quello che stupisce di più è la decisione del Consiglio permanente dell’Organizzazione degli Stati americani di non inviare osservatori in Honduras nel corso della tornata elettorale. Ma cerchiamo di dare dei contorni più nitidi a questa crisi politica. Zelaya è stato mandato in esilio lo scorso 28 giugno, a seguito di un golpe volto a impedire con la forza un cambio della Costituzione; il suo ritorno in terra honduregna è avvenuto a settembre, ma sotto copertura e attualmente egli gode dello status di rifugiato nell’ambasciata brasiliana. Come mai tanto astio nei suoi confronti? In molti cominciavano a temere un tentativo del deposto Presidente di ottenere una nuova elezione, un evento possibile solamente attraverso la rimozione del limite costituzionale.
Nonostante alcune tensioni siano sorte qualche mese prima del colpo di Stato, quest’ultimo è stato in un certo senso una sorpresa, ma non bisogna dimenticare che Zelaya si è anche dimesso da capo delle forze armate. L’Honduras è senza dubbio una nazione molto povera, dove la corruzione si è ben annidata nei poteri centrali, ma ciò nonostante, la stabilità politica era stata garantita sin dai primi anni ’80. Ora ci troviamo di fronte a un Paese letteralmente spaccato a metà. Le manifestazioni interne si sono equamente divise tra chi è a favore e chi è contrario a un ritorno del Presidente. Il ruolo chiave per gli sviluppi futuri di questa crisi rimane sempre quello degli Stati Uniti, che non a caso rappresentano il principale partner commerciale dell’Honduras: bisogna agire con prudenza e “senza imporre decisioni irresponsabili”, così come ha sottolineato più volte Lewis Amselem, ambasciatore dell’OAS (Organization of American States).
Non c’è dubbio che la data del 29 novembre sarà fondamentale in questo senso: l’impegno delle parti è stato quello di riconoscere con lealtà il risultato dell’elezione presidenziale. La speranza è che quella giornata si possa caratterizzare proprio per questi buoni propositi e che non si riveli l’occasione per nuove tensioni sociali e politiche.
Simone Ricci

