Il 27 gennaio è stato rinominato il Giorno della Memoria, ventiquattro ore dedicate esclusivamente al ricordo, alla rivisitazione di drammi, eccidi efferati che hanno sconvolto il volto e l’anima di un’ intero popolo, quello ebraico. Da sempre, questa giornata viene automaticamente dedicata alla Shoah, all’Olocausto come emblema di tutte le uccisioni di massa, come bandiera che ancora sanguina, una ferita ancora aperta.
Attorno a questa data non è insolito riscontrare che, seppur in via parziale, la programmazione delle emittenti tv si concentra su film con un unico contenuto, che la gente non parla d’altro e che persino gli autobus sono munite di insegne fregiate a lutto. Non è difficile vedere pellicole come Schindler’s List. La vita è bella, il Pianista e il più recente Il bambino col pigiama a righe, tutti film che in una chiave narrativa o nell’altra, riscoprono, raccontano e pungolano lo spettatore ponendolo senza finti buonismi di fronte ai propri “peccati”. Tutto questo, in nome della memoria.
Ma la Giornata della Memoria non può fermarsi all’Olocausto, ma anzi dovrebbe essere una giornata in cui sia possibile piangere anche altre morti, tutte quelle popolazioni torturate e massacrate i cui cadaveri si sono persi nell’ombra del Non Detto.
In quest’oblio della continua dimenticanza è caduta la morte violenta degli Armeni dell’Anatolia che nel 1915 sono stati brutalmente uccisi dai Turchi. Un massacro di massa questo che risulta poco noto alla comunità globale, ma che merita il giusto ricordo.
A tal proposito, nel 2007, uscì un film, La Masseria delle Allodole, dei Fratelli Taviani, tratto dall’omonimo libro di Antonia Arslan. La pellicola narra le vicende di una famiglia benestante armena, ma anche e soprattutto dell’uccisione di molti armeni maschi e della deportazione e conseguente morte di altrettante donne così da portare alla cancellazione l’intero popolo armeno.
Come sempre accade, l’amore come la vita, non si lascia imbrigliare dall’odio e dalla morte. Si dibatte, cerca di sfuggire e non soccombere sotto il peso di un destino già scritto da chi prima era tuo fratello e ora ti vuole morto.
Paolo Taviani dichiarò che:
“Abbiamo letto il libro di Antonia Arslan, che ci ha molto colpito. Io e Vittorio, ci siamo parlati a lungo, del libro e della tragedia degli armeni, un problema che credevamo di conoscere e che invece non conoscevamo per niente. Ci siamo resi conto, studiando il problema, che eravamo ignoranti come è ignorante la cultura europea e internazionale, su questa tragedia che ha segnato l’inizio del nostro secolo. Abbiamo anche pensato che parlare di questa storia è anche un modo per parlare di tragedie molto simili che stanno accadendo, per esempio, in Africa. Stiamo davanti alla televisione, ci giungono notizie di massacri in Iraq e, un po’ di anni fa, in Ruanda o in Kosovo. Conviviamo con questi orrori avendoci fatto l’abitudine. Questo film ci dà la possibilità di parlare della nostra contemporaneità, perchè gli orrori sono identici. Sono gli orrori di uomini che si uccidono tra di loro, che uccidono i bambini e, soprattutto, si uccidono nonostante fossero fratelli poco prima. Ci siamo tuffati in questa storia e come sempre, quando si fa un film, si parte dalla realtà e poi si dà libero corso alla fantasia. Così facendo abbiamo costruito i nostri personaggi.”
Il risultato è un film forte, maturo, ma anche delicato e non scontatamente drammatico dove le lacrime, i sussulti vengono indotti dai personaggi stessi senza bisogno di aggrapparsi al puro dramma. Le uccisioni non servono ad alimentare odio o a dare un’immagine negativa e totalizzante della Turchia e del suo popolo. Come in ogni pagina dolorosa, l’odio viene messo di fronte al suo tratto speculare: l’amore.
Questo risulta essere un film sulla Turchia, sulle sue ferite, sul suo amore e sul suo odio e soprattutto è la storia di una colossale morte taciuta per troppo tempo.
Silvia Mercuri


Gentile Sig.ra Silvia, la sua sensibilità è pari solo alla sua perspicacia
gli armeni le sono grati come pure tutti quei popoli che hanno subito e non
hanno accesso “ai microfoni” che contano
Paradossalmente è proprio nel giorno della memoria che sono in molti a
manifestarmi questo disagio per l’occasione mancata
Sono contenta se il mio piccolo contributo sia riuscito, anche se in minima parte,a dar spazio a tutte quelle storie e quelle persone che rimangono sempre nell’ombra.
dott.ssa Mercuri, quello che ha scritto (e quindi pensato) come si suol dire “fuori dal coro” dei benpensanti , la porrà certamente in pericoloso contrasto con il conformismo e l’ossequio interessato di molti maitre a penser dellla carta stampata o del web. Mi raccomando , continui così, almeno Lei ha qualcosa da dire e i lettori la
capiscono e l’apprezzeranno
Hrant (un’altro armeno )
osservazioni ineccepibili, ma quanti sono in grado di fare la stessa analisi?
Si spera sempre più gente,Signor Martino.
dibattito interessante, non il solito piagnisteo fariseo da sepolcro imbiancato
terenzio b. cisterna di latina
Caro Hrant, la mia posizione (e non solo la mia) è chiara e rimarrà sempre tale.
Caro Terenzio66, si spera sempre di poter portare avanti discorsi del genere,senza cadere in finti buonismi che a nulla servono e in “giochi di prestigio” insulsi!